Gli assistiti sono diventati clienti e i clienti, si sa, hanno sempre ragione.

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LavoroSalute.it vuole segnalare un articolo ripreso dal quotidiano Terra, scritto dal Dott. Antonio Scardino, che denuncia una situazione di compromessi ed illegalità alla quale i medici devono piegarsi o che molto spesso accettano di buon grado.

“Non sono certo fra quelli che sperano in un avvento dei valori del maoismo, anzi; il neocapitalismo mi aggrada, permette di esprimere appieno le mie naturali tendenze alla competizione e alla ferocia. Eppure, secondo la mia modesta opinione, tutti i colleghi medici dovrebbero obbligatoriamente fare un periodo di praticantato sul territorio. Un paio di anni, per legge. Una sorta di leva obbligatoria per professionisti anzianotti. Un tuffo nella spietata realtà periferica delle province, dei piccoli comuni di questo nostro peculiare paese. Un incontro ravvicinato con le mafie locali non può che giovare.

Sono due anni che opero nell’entroterra appenninico di Marche e Romagna, come medico di famiglia e di continuità assistenziale. Sono passato volontariamente dalla purezza della ricerca in immunologia antitumorale nei laboratori delf occidente industrializzato, all’inferno della realtà rurale della Asur2 di Urbino e dintorni. Senza dubbio il mio viaggio professionale più esaltante.

Sono immerso nel mondo dell’abuso di potere, dell’incuria, del pressappochismo e dello sperpero da parte della classe che dirige e pratica la sanità per la gente comune.

Nella attività di medico di base si ha a che fare con agenzie delle pompe funebri che si presentano in ambulatorio con documenti ospedalieri appartenenti a un defunto già in camera mortuaria e richiedono la firma della constatazione del suo decesso, avvenuto il giorno prima. Funziona così, dicono, e alzano la voce se gli si fa notare che si tratta di una violazione etica della medicina legale. Interpellando i medici legali responsabili del territorio si viene invitati a chiudere un occhio. Funziona così, dicono anche loro. Inoltre, il medico di base ha a che fare con farmacisti di zona che elargiscono bonariamente diagnosi gratuite e pubbliche in negozio, anticipando la vendita della relativa terapia, e spedendo poi i loro pazienti al medico curante a richiedere la ricetta postuma, che diviene di fatto un rimborso spese da parte del Sistema sanitario nazionale. Funziona così, dicono anche loro, che conviene a tutti: al farmacista che fattura di pi e al medico che per questo prende da questi una tangente in denaro o in regalie varie. Divertente poi è l’atteggiamento di alcuni pazienti i quali, incoraggiati a questo da anni, giungono in ambulatorio con sospetti diagnostici autoprodotti e precisi e necessitanti quindi di impegnativa e firma per indagini strumentali e analisi cliniche da loro stessi decise. In tali casi, se si prova a indagare sul perché di un desiderio di Tac, di Rmn o di screening completi di laboratorio, si assiste ad espressioni esterrefatte, di chi da sempre è abituato a tenersi sotto autocontrollo in questo modo, fiori del parere di condotti e specialisti.

La colpa non è certo loro, lo capisco. Nessuno li educa a un corretto utilizzo delle risorse pubbliche.

Perché? Non ho incontrato un solo collega disposto a uno sforzo educativo nei confronti dei propri assistiti, a elargire sana combattività professionale al fine di migliorare il servizio e il livello culturale sanitario del proprio territorio.

Perché? Ogni ricetta emessa a sproposito dal sistema sanitario nazionale grava sull’intera comunità, ma ci sembra importare poco o nulla. Ormai è troppo radicato il concetto di quantificazione merceologica del materiale umano da assistere e i medici assecondano i capricci dei propri assistiti pur di conservarne un numero massimale.

Gli assistiti sono diventati clienti e i clienti, si sa, hanno sempre ragione. Altrimenti cambiano negozio.

Quando nella mente degli operatori sanitari la propria missione si traduce in una possibilità di profitto il numero conta più del tempo e dell’energia che si spende per la qualità del servizio che si offre. Per avere il massimo dei mutuati possibile bisogna assecondare tutti nel minor tempo possibile. Magari senza nemmeno visitare o facendolo per telefono. Magari senza nemmeno ascoltare chi si ha di fronte, che della sala d’aspetto stracolma di clienti, appunto.

So bene di essere l’ultimo arrivato, ma secondo la mia modesta opinione non si può fare il medico pensando all’ennesima casa da comprare o al Suv da cambiare, non si può esercitare se non si avverte la missione che c’è dietro questo mestiere ingrato e duro. La coscienza di essere un punto di riferimento della propria comunità da difendere è importante: ascoltare, educare, rischiare comportamenti contrari al sentito dire e al desiderio di alleviare l’angoscia del paziente con analisi assurde, fatte ogni due mesi, ma che siano consoni al buonsenso.

Assumersi la responsabilità del proprio ruolo, anche con i soggetti professionali orbitanti attorno al sistema sanitario, per il rispetto dell’etica e dell’economia. Sarebbe bello. Una formula non esiste, credo. Esiste solo il buon senso. Ma quello chi lo insegna? Cari colleghi fate come me, andate a fare un tirocinio nel cuore della cosa pubblica come medici di famiglia, come guardie mediche. Sul campo si ritrova il piacere della professione, lì dove è necessaria manovalanza seria, preparata e, soprattutto, reattiva.

Il territorio nazionale ha un disperato bisogno di effettivi, per combattere una guerra quotidiana, silenziosa, l’unica che sia autentica. L’unica che dia soddisfazione vera. Perché la mafia è dappertutto. La mafia siamo anche noi, da Nord a Sud, ovunque la gente abbia un concetto stravolto di questo nostro sistema sanitario, che è l’invidia di mezzo mondo.

Difendiamolo, adesso.

Fonte: “Terra”