Oggi l’Italia è il penultimo Paese in Europa per rapporto infermieri-abitanti (5,8 per mille), seguito solo dalla Grecia.

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Indispensabili, ma sempre più rari. Sono gli infermieri professionali: circa 350.000 in Italia, quasi il 10% di origine straniera. Un numero insufficiente, secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che ne prevedrebbe altri 98.000 per essere in linea con gli standard europei. Per la Federazione nazionale Ipasvi (che riunisce i collegi infermieristici italiani), invece, all’appello ne mancherebbero 71.000. In ogni caso le cifre sono elevate. Una carenza ormai cronica che condiziona turni di lavoro e qualità dell’assistenza.

Pochi infermieri e, perdipiù, scontenti. Sotto stress per il carico di lavoro, frustrati nel riconoscimento delle competenze, insoddisfatti dello stipendio: sono i motivi, che secondo gli esiti di una ricerca (Next) condotta in dieci nazioni (oltre all’Italia, Belgio, Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Polonia e Slovacchia): più del 20% degli intervistati italiani ha dichiarato di voler cambiare lavoro.
Single, sotto i 35 anni, senza figli, salario ritenuto insufficiente, poco sport: è l’identikit dell’infermiera in fuga. Peculiarità tutta italiana, a giudicare dal numero sempre crescente degli stranieri, extracomunitari e non, che chiedono di venire in Italia per fare lo stesso mestiere.

Dei 350.000 infermieri in Italia, quasi il 10% è di origine straniera e il trend sembra essere in crescita, grazie anche ad un percorso professionale più accessibile per gli immigrati dal momento che non è limitato dalle quote, ma che prevede comunque una procedura più complessa. Nel tentativo di star dietro al turn over, la Federazione nazionale ha organizzato esami praticamente a domicilio: le commissioni itineranti si recano nei Paesi di origine degli infermieri, pur di spianare la strada a nuovi professionisti. Ma il precariato, negli ospedali pubblici, è la regola se l’immigrato non possiede la cittadinanza italiana: per loro solo contratti a tempo determinato o lavori alle dipendenze di cooperative alle quali spesso le strutture appaltano interi reparti.
Fonte: migrantitorino