Telemedicina: a che punto siamo?
Sperimentazioni con ottimi risultati e nuovi progetti in cantiere, ma manca un programma comune per far decollare a livello nazionale quella che potrebbe essere la sanità del futuro

Telemedicina e hi-tech nelle ricette per riorganizzare il sistema pubblico, con visite mediche a casa dialogando col medico via computer, esami e referti trasmessi per email, videoconsulti fra specialisti, monitoraggio in continuo dei pazienti, riabilitazione a domicilio grazie alla “connessione” con il terapista.
Nuovi progetti vengono continuamente avviati, ultimi in ordine di tempo sono un progetto finanziato dalla Regione Toscana in atto presso la Asl di Grosseto per la tele-riabilitazione di pazienti con trauma cranico, ma anche l’avvio di un telemonitoraggio di pazienti con problemi respiratori cronici alla Asl di Ferrara, e il primo progetto italiano per la tele-riabilitazione di bambini autistici coordinato dall’Istituto di Fisiologia del CNR in avvio a Messina.
Ma la frammentarietà di queste iniziative, medici che utilizzano il pc come una macchina da scrivere, e pazienti ancora in difficoltà ad usare certi strumenti o che addirittura non hanno una connessione internet, rendono difficile che la telemedicina si diffonda.
Che cosa fare dunque per dare una svolta e una accelerazione a questo processo?
Ecco alcuni passi che Sergio Pillon, vicepresidente della Società Italiana di Telemedicina e Sanità elettronica, suggerisce come necessari, per rendere la telemedicina un pò più concreta in Italia:
- smetterla con le sperimentazioni e, imparando dalle esperienze che funzionano, renderle più “sistematiche”, allargarle;
- superare l’arretratezza digitale, pensando a incentivi per riuscirci;
- non aprire decine di ambulatori, ma far sì che quelli esistenti diventino un punto di collegamento telematico con grandi ospedali, come avviene in Scandinavia
Le perplessità rimangono legate al fatto che forse i pazienti hanno timore di perdere il contatto reale col medico, in quanto far monitorare un problema via mail può avere il sapore dell’abbandono, ecco dunque che la telemedicina non deve essere vissuta come un sostituto, ma si deve affiancare alle altre modalità di assistenza come il ricovero, il day hospital o l’ambulatorio.
La telemedicina consentirebbe di snellire i percorsi e risparmiare sui costi diretti e indiretti, come ad esempio negli spostamenti per andare in ospedale o in ambulatorio, o a chi deve accompagnare parenti anziani alle visite prendendo permessi sul lavoro, quindi non sfruttarla sarebbe insensato.
Una cosa è certa, il medico non sparirà, soltanto ci si andrà un pò meno di prima.

giugno 27th, 2011 at 15:22
L’Articolo da voi pubblicato mette ben in luce le problematiche che di fatto pongono un freno allo sviluppo della telemedicina. Sono daccordo con il Dr Pillon.
Le sperimentazioni sono state già fatte. C’è bisogno che certe prestazioni entrino a regime. La regione Lombardia le utilizza da anni ed ha fatto dei tariffari per queste prestazioni. Le altre Regioni sono in ritardo, tremendo ritardo. Eppure siamo tutti daccordo che le prestazioni in telemedicina per pazienti selezionati e patologie selezionate offrono una valida alternativa al ricovero ospedaliero. Siamo nelle mani dei nostri amministratori… speriamo che qualcuno si accorga che la telemedicina non è solo una parola di moda ma un servizio che può aiutare anche a risollevare il deficit della sanità
M Bartolo
giugno 29th, 2011 at 01:21
Complimenti per l’articolo!